Interferenza umana: PERCHÉ la Natura non riesce più a regolarsi da sola?

Negli ultimi anni sentiamo ripetere che gli animali selvatici sono “troppi”: troppi cinghiali, troppi lupi, troppe volpi. Il dibattito ruota intorno alla parola sovrappopolazione – ma ha davvero senso? È la natura a essere fuori equilibrio, o siamo noi a non comprendere cosa stia realmente succedendo?

DINAMICHE DI POPOLAZIONE: ecco come funzionano

Ogni popolazione* animale si regola attraverso quattro processi fondamentali:

  1. Natalità – il numero di nuovi individui nati in un dato periodo.
  2. Mortalità – il numero di individui che muoiono nello stesso periodo (predazioni, malattie, vecchiaia)
  3. Immigrazione – arrivo di individui da popolazioni vicine.
  4. Emigrazione – la partenza di individui verso altre aree.

*insieme di individui della stessa specie che vivono in una determinata area e che sono in grado di riprodursi tra loro, generando prole fertile.

Una popolazione non è mai statica, ma si muove mantenendo un equilibrio ecologico. La sua evoluzione nel tempo è spiegata nel grafico seguente che mostra la curva di crescita di una popolazione:

  1. Fase iniziale di crescita esponenziale (repentina se le risorse sono abbondanti)
  2. Rallentamento man mano che ci si avvicina alla capacità portante (K)
  3. Stabilizzazione intorno alla K*, il numero massimo di individui che l’ambiente può sostenere

K* o capacità portante dell’ambiente: è il punto di arresto oltre il quale non ci sono più risorse sufficienti per far crescere ulteriormente la popolazione.

In un habitat naturale, dunque, natalità + immigrazione eguagliano mortalità + emigrazione, mantenendo la popolazione in uno stato di equilibrio dinamico.

Ma allora perché parliamo di “proliferazione della fauna” e di “piani di controllo”? Cosa si intende realmente con questi termini… e quali errori di prospettiva celano?

L’INTERFERENZA UMANA: perché la natura non riesce più a regolarsi da sola

In condizioni naturali, la crescita di una popolazione animale è limitata da due grandi fattori:

  • la predazione naturale (lupi, rapaci, carnivori, ma anche patogeni);
  • la disponibilità di risorse (cibo, rifugi, spazio).

Finché questi elementi sono in equilibrio, la dinamica di una popolazione non viene alterata . Ma a un certo punto… arriviamo noi sapiens… ed ecco come l’azione umana ha alterato questo equilibrio.

  • ABBIAMO DISTRUTTO E RIDOTTO GLI HABITAT, MODIFICANDOLI: Deforestazione, cementificazione, monocolture: interi ecosistemi sono stati rasi al suolo o trasformati per soddisfare le nostre esigenze. Risultato? Gli animali sono costretti ad adattarsi a spazi sempre più ristretti e antropizzati, dove spesso confinano con strade, case e coltivazioni.
  • ABBIAMO CREATO CIBO FACILE E ILLIMITATO: Campi coltivati, allevamenti, rifiuti urbani: tutto questo è una fonte trofica artificiale, molto più ricca e facilmente accessibile rispetto al cibo naturale. Perché un animale dovrebbe sprecare energia per cacciare o cercare bacche, quando può trovare mais, pollame o pattumiere piene?
  • ABBIAMO INTRODOTTO SPECIE NON AUTOCTONE (Più prolifiche e impattanti): Ad esempio: i cinghiali dell’Est Europa introdotti in Italia per scopi venatori sono più grandi, più fertili, più resistenti. Ma lo stesso discorso vale anche per molti animali esotici importati a scopo ornamentale-domestico che competono con la fauna locale per le risorse.
  • ABBIAMO GESTITO MALE LA FAUNA: Gli abbattimenti vengono spesso giustificati con la scusa del “sono troppi” o con motivazioni culturali (“è tradizione”). Ma cosa succede davvero?Prendiamo come esempio il caso del cinghiale:
    • Uccidere la matriarca destabilizza la struttura sociale del branco.
    • Le giovani femmine, rimaste senza guida, anticipano la riproduzione.
    • I piccoli orfani vengono accuditi da balie inesperte che possono trasmettere comportamenti disfunzionali (come avvicinarsi ai centri urbani). Risultato? Non solo non si riduce la popolazione, ma la si rende ”instabile”.
  • ABBIAMO PERSEGUITATO I PREDATORI NATURALI: I predatori – come il lupo – sanno regolare le popolazioni preda in modo selettivo e “intelligente”, scegliendo spesso i soggetti più deboli o giovani.
    “Ma tanto ci siamo noi, con la caccia, a sostituirli”… penserà qualcuno.
    E invece no: l’essere umano non è un predatore funzionale, perché non sa (e spesso non vuole) colpire in modo selettivo. I risultati si vedono: i piani di controllo non funzionano, e gli squilibri aumentano. E mentre la popolazione di lupi cresce (giustamente!), qualcuno si allarma. Ma ricordiamoci:🐺 È la preda che fa il predatore, non il contrario. Più cinghiali = più lupi. Ed è una buona notizia. Dovremmo tutelare i predatori naturali, non ostacolarli.
  • ABBIAMO DANNEGGIATO ANCHE I PREDATORI INDIRETTAMENTE: Un esempio emblematico: i veleni per topi. Utilizzati da anni per “controllare” roditori come ratti e topi (che, tra l’altro, continuano ad aumentare), finiscono per uccidere i predatori naturali: barbagianni, civette, volpi, gufi… Questi animali muoiono dopo aver mangiato una preda avvelenata. Risultato? Meno predatori, più topi. E si riparte.
  • CONTROLLIAMO I PATOGENI NEL MODO SBAGLIATO: Le epidemie negli animali selvatici (come la PSA nei cinghiali) vengono gestite in chiave economico-sanitaria, non ecologica. L’obiettivo è proteggere gli allevamenti, anche a costo di alterare le dinamiche naturali. Ma:
    • la caccia spinge gli animali a disperdersi, aumentando il rischio di contagio
    • l’abbattimento sanitario impedisce alla popolazione selvatica di sviluppare una resistenza immunitaria.

E intanto… nessuno si chiede se gli allevamenti stessi possano rappresentare un rischio per la fauna.

CHI STA DAVVERO INVADENDO CHI?

Ecco perché oggi sentiamo parlare sempre più spesso di fauna che “invade” le città o “devasta” coltivazioni e allevamenti.
Ma siamo ancora sicuri che siano loro a invadere noi… o è piuttosto il contrario?

Abbiamo spinto la fauna selvatica ai margini, sottraendo habitat e introducendo risorse artificiali, salvo poi accusarla quando si adatta per sopravvivere.
Ma se vogliamo davvero parlare di proliferazione, allora osserviamo anche noi stessi.

Per concludere, guardiamo questo grafico (semplificato) dell’andamento della popolazione umana:
📈 una crescita esponenziale, vertiginosa, che negli ultimi decenni ha superato qualsiasi soglia storica.
Questo accade perché la nostra capacità portante ambientale – per ora – ci consente di espandere il nostro numero. Ma anche noi, come ogni specie vivente, abbiamo una K. Una soglia. Un limite.

E quando ci arriveremo, dovremo fare i conti.

Come per ogni specie in sovrannumero, quando la preda aumenta, aumentano anche i predatori.
E i nostri predatori naturali non hanno artigli né zanne: si chiamano virus, batteri, parassiti.

Non sono castighi divini. Non vengono dal nulla, né da complotti.
I virus sono organismi che, come tutti, cercano un ambiente fertile dove replicarsi.
E cos’è una città, se non un gigantesco allevamento umano?
Milioni di individui concentrati in spazi ristretti, tutti geneticamente simili, immunologicamente fragili, immersi in un ambiente modificato e impoverito.

La pandemia non è stato un incidente. È stato un messaggio ecologico.

Siamo davvero sicuri che il problema siano gli animali selvatici?
Oppure è la nostra visione distorta della natura che ci impedisce di vedere l’intero quadro?

Abbiamo creato un sistema che non tollera più la biodiversità, che cancella i predatori, che moltiplica le risorse per le specie più adattabili… e poi si lamenta quando quelle specie crescono. La verità è che stiamo gestendo la fauna come fosse un ostacolo, anziché tener conto della sua importanza ecologica.
E stiamo ignorando il più grande squilibrio di tutti: noi stessi.

Forse è tempo di cambiare rotta.
Di rispettare la natura per come funziona, non per come ci fa comodo.
Di vivere con meno impatto, più consapevolezza.
E di capire che il vero problema non è la fauna che si adatta a noi, ma noi che ci siamo dimenticati di adattarci alla Terra.


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