
Il riccio europeo (Erinaceus europaeus) è un piccolo mammifero notturno, ma può essere visto anche di giorno dopo la pioggia o in autunno / primavera mentre cerca cibo per accumulare energie prima o dopo il letargo. È ricoperto di aculei e predilige sottoboschi, prati incolti, frutteti e giardini ”disordinati”. Ha generalmente due cucciolate all’anno, ma con autunni sempre più caldi le seconde nascite diventano più tardive. Si nutre di insetti, lombrichi, lumache e piccoli frutti, contribuendo all’equilibrio degli ecosistemi locali.
La presenza così frequente del riccio vicino alle aree abitate è in larga parte una conseguenza dell’antropizzazione. gli ambienti naturali offrono sempre meno rifugi: I boschi diventano più frammentati, il sottobosco si riduce, aumentano le monocolture intensive. Le aree periurbane si trasformano negli ultimi varchi ancora percorribili: spazi dove i predatori sono pochi e i giardini o i parchi offrono ripari occasionali.
Nonostante questa apparente “convivenza”, i ricci non se la passano affatto bene neppure negli ambienti urbani. Recentemente la specie è stata classificata dall’IUCN come “quasi minacciata”.
Anche le zone periurbane stanno cambiando rapidamente. In molte aree dominano ormai prati rasati, ghiaia o cemento e siepi potate come sculture. I mucchi di foglie — fondamentali per la costruzione di nidi e rifugi— sono ormai rarissimi, il terreno è spesso più povero a causa della gestione intensiva del terreno e in molti casi vengono usati pesticidi che riducono drasticamente la disponibilità di invertebrati, cioè il loro cibo principale.
In un ambiente così sterilizzato, il riccio non trova più quello che per millenni è stato il suo rifugio ideale: disordine, copertura vegetale, nascondigli naturali. Così è costretto a muoversi di più, esporsi di più e cercare ripari improvvisati nei pochi angoli ”naturali” rimasti. Gli ambienti urbani sono anche pieni di pericoli molto specifici creati dalle nostre abitudini quotidiane.
Un riccio che si rifugia in un mucchio di foglie può finire sotto un tagliaerba in pochi secondi con conseguenze spesso letali; reti, recinzioni e buche diventano trappole che possono ferirlo ed impedirgli la fuga; lumachicidi, rodenticidi, insetticidi — entrano facilmente nella loro dieta e possono risultare letali. Neppure il cibo dato per ”aiutarli” è davvero un aiuto: spesso è nutrizionalmente inadeguato, altera il loro comportamento e li porta a frequentare zone rischiose, con incontri ravvicinati con cani e gatti o attraversamenti stradali per raggiungere una ciotola che non dovrebbe esserci. A tutto questo si aggiunge l’impatto del traffico, una delle principali cause di mortalità per la specie.
C’è poi un altro aspetto che passa spesso inosservato: più i ricci vivono vicino agli ambienti urbani, più aumentano gli interventi non necessari. Ogni anno molti individui vengono prelevati dal loro ambiente senza un reale motivo. La loro natura solitaria viene scambiata per abbandono, la piccola taglia per debolezza, movimenti lenti o diurni per segnali di malessere. In realtà, una buona parte di questi ricci è perfettamente sana e avrebbe maggiori possibilità di sopravvivenza restando nel proprio territorio. La manipolazione non dovuta o corretta aumenta lo stress, riduce l’esperienza sul campo e può renderli meno schivi — un problema serio per un animale che basa la propria sopravvivenza sulla cautela.
Questo non significa che l’intervento umano non sia necessario. esistono situazioni in cui potrebbe un aiuto potrebbe fare la differenza: traumi da impatto, predazioni da parte di gatti/cani, intossicazioni, cuccioli realmente orfani (es. madre investita). Riconoscere un riccio ”sano” evita sequestri inutili e permette di concentrare gli sforzi dove servono davvero. Quando il dubbio rimane, la scelta più responsabile è contattare un centro di recupero autorizzato o un veterinario faunistico qualificato per una valutazione immediata. Agire senza competenze, oltre a poter causare danni seri, espone anche a responsabilità legali: la fauna selvatica è patrimonio dello Stato e la detenzione da parte di privati è vietata.
Mentre aspettiamo che le città ritornino davvero più vivibili per la fauna, ci sono azioni immediate che chiunque può mettere in pratica per rendere un giardino meno rischioso e ridurre concretamente i pericoli più comuni:
- Eliminare l’utilizzo di sostanze chimiche. Lumachicidi, rodenticidi, diserbanti e pesticidi non “restano” dove li mettiamo: entrano nella catena alimentare dei ricci direttamente o indirettamente ed una volta ingeriti, possono essere letali anche a dosi ridicolmente basse.
- Lasciare mucchi di foglie e piccoli angoli ”selvatici” che creano rifugi naturali dove un riccio può ripararsi.
- Prima di tagliare l’erba o sollevare rami vale sempre la pena controllare con attenzione: un animale raggomitolato è difficile da vedere.
- Le buche devono essere coperte e le recinzioni dotate di piccoli passaggi alla base: i ricci percorrono distanze notevoli ogni notte, e un ostacolo rigido può trasformare un giardino in una trappola, non in un rifugio.
- Attenzione anche ai nostri animali domestici: per un riccio possono diventare un incontro fatale.
- Infine, non alimentare la fauna selvatica: Mettere ciotole con del cibo è uno di quegli aiuti benintenzionati che rischiano di peggiorare le cose. Il cibo fornito dall’uomo altera il comportamento dei ricci, li spinge a frequentare luoghi rischiosi, aumenta l’esposizione a malattie e interferisce con il loro ritmo naturale. In estate, quando il caldo è davvero un problema, l’unico supporto utile è lasciare un sottovaso con acqua pulita e qualche piccola pietra per evitarne il ribaltamento e permettere agli insetti di non annegare. L’acqua va cambiata ogni giorno, per evitare che diventi un brodo ideale per parassiti e patogeni.
Sono gesti semplici che proteggono non solo i ricci, ma l’intera piccola fauna che abita attorno a noi. Convivere con una specie selvatica significa capire quando è necessario intervenire e quando, invece, occorre lasciarla in pace.
BIBLIOGRAFIA
file:///C:/Users/adife/Downloads/Decline_in_Distribution_and_Abundance_Urban_Hedgeh.pdf