Quando parliamo di gestione della fauna, inevitabilmente arriva la questione degli abbattimenti. Ma perché una specie diventa “problematica”?
I motivi possono essere diversi:
- si avvicina troppo ai centri urbani, agli allevamenti o alle colture, causando danni
- può essere una specie aliena introdotta dall’uomo e che causa danni all’economia/ecosistemi
- la dimensione della specie sta aumentando
E’ però di fondamentale importanza elencare le cause:
- abbiamo eliminato i predatori naturali che sono parte integrante di un ecosistema
- abbiamo modificato o distrutto habitat (rendendoli utili per noi esseri umani ma sottraendoli agli altri animali)
- abbiamo reso disponibili risorse facilmente accessibili (rifiuti, colture, scarti alimentari, allevamenti)
- abbiamo introdotto specie esotiche per l’allevamento o l’utilizzo di questi animali come ”pets”- il loro rilascio in natura da parte dell’uomo può comportare danni economici e ambientali.
- abbiamo ridotto la biodiversità con le monocolture, con gli allevamenti, la cementificazione e tutte le conseguenze ad esse associate (utilizzo di pesticidi-insetticidi, inquinamento, soffocamento del suolo, ecc).
E come pensa di risolvere l’uomo a queste alterazioni che lui stesso ha creato? Con l’abbattimento.
La logica è apparentemente semplice: “Se tolgo 5 animali da 10, me ne restano 5 e il problema è dimezzato”. Ma la fauna non è solo matematica: gli animali hanno dinamiche complesse e rispondono agli abbattimenti in modi spesso imprevisti:
- Liberare una nicchia ecologica significa che, presto o tardi, altri individui la occuperanno. Ad esempio, abbatti una popolazione di nutrie e, dopo poco tempo, quello stesso spazio è già stato colonizzato da nuove nutrie provenienti da zone limitrofe.
- L’abbattimento può destabilizzare una popolazione e stimolare una maggiore riproduzione in specie che hanno strategie riproduttive di tipo R (molta prole, crescita rapida). Nel caso dei cinghiali, ad esempio, l’uccisione della matriarca priva il branco della sua guida, inducendo le giovani femmine ad anticipare la riproduzione e aumentando così il numero complessivo di individui.
- In altri casi, come per animali con strategie riproduttive di tipo K (numero ridotto di figli, crescita lenta) può destabilizzare una popolazione portandola anche all’estinzione. Un esempio è il lupo, che per secoli è stato cacciato dall’uomo fino a quasi scomparire in Italia. Grazie a programmi di conservazione e al divieto di abbattimento, questo predatore fondamentale ha potuto riprendersi come specie e oggi svolge un ruolo essenziale nel mantenimento dell’equilibrio ecosistemico. Non è un caso che, con la diminuzione del predatore, la sua preda principale, il cinghiale, abbia potuto proliferare; fenomeno reso ancora più evidente dall’introduzione in Italia di cinghiali più grandi e prolifici rispetto agli esemplari autoctoni.
In molti casi, dopo anni di abbattimenti, il problema non è scomparso: si è semplicemente ripresentato altrove o più avanti nel tempo.
🌱 Soluzioni per una gestione sostenibile della fauna e del territorio
- Prevenzione e convivenza: utilizzare metodi che dissuadano gli animali selvatici e proteggano animali domestici e coltivazioni, come recinti, reti, dissuasori e cani da guardiania.
- Sensibilizzare e divulgare: investire in programmi di formazione sui temi della tutela ambientale, in modo che possano insegnare ai cittadini il corretto rapporto uomo-ambiente-fauna.
- Imparare a convivere significa anche accettare che una parte del raccolto/allevamento possa essere danneggiata dagli animali selvatici.
- Ripristino e tutela degli habitat: non basta aumentare la superficie boschiva; è fondamentale garantire complessità ecologica, connessione tra gli habitat e diversità strutturale dei boschi-prati naturali-corridoi ecologici.
- Protezione dei predatori naturali: lupi, volpi, rapaci e altri predatori svolgono un ruolo chiave nel mantenimento dell’equilibrio ecologico, regolando naturalmente le popolazioni di prede.
- Agricoltura sostenibile: modificare i modelli produttivi valorizzando tecniche che preservino la biodiversità, limitino il degrado del suolo e riducano la frammentazione degli habitat. L’uso eccessivo del suolo rende infatti i terreni poco produttivi e vulnerabili, e non garantisce un reale aumento delle risorse disponibili per la fauna.
- Controllo del commercio e della detenzione di specie esotiche: impedire la commercializzazione e la detenzione di specie esotiche, nonché la loro introduzione e diffusione in natura, è fondamentale per evitare danni agli ecosistemi autoctoni e prevenire squilibri nella fauna locale.
- Ricerca e gestione scientifica: promuovere studi sulle popolazioni di fauna selvatica, strumenti di monitoraggio e strategie di gestione integrate (es. controllo della natalità tramite immunocontraccettivi) per evitare abbattimenti improvvisati e inefficaci, e puntare a un equilibrio ecologico duraturo.
RISPOSTE AD ALCUNE DOMANDE / OSSERVAZIONI CHE MI SONO STATE POSTE:
- Potresti approfondire alcuni aspetti dell’abbattimento?
Un abbattimento artificiale dovrebbe idealmente mimare ciò che in natura farebbe un predatore, ma questo è estremamente difficile. Per farlo correttamente bisognerebbe stimare accuratamente la popolazione in quel territorio (precedentemente studiato e delimitato) mediante l’indice di Lincoln, creare una piramide di gestione della popolazione (classi d’età, rapporto femmine-maschi), definire quanti animali abbattere e quali mantenere, ricreando così una popolazione sana e in grado di bilanciarsi autonomamente. Tutto ciò comporta enormi sforzi da parte degli enti competenti e costi molto elevati. Inoltre, in un ambiente così alterato come un ambiente antropizzato è difficilmente applicabile perché la popolazione è soggetta comunque perturbazioni esterne (riportate precedentemente). Gli abbattimenti sono spesso improvvisati, privi di pianificazione scientifica adeguata o competenza; sono incapaci comunque di garantire un equilibrio ecologico reale sul territorio nazionale (e non).
In futuro, il controllo della fertilità tramite metodi incruenti, come l’immunocontraccezione, potrebbe diventare uno strumento utile da integrare con le altre soluzioni sopra elencate, sempre nell’ottica di un approccio a 360 gradi alla gestione della fauna e dell’ambiente.
2. Se è vero che gli abbattimenti non risolvono il problema a lungo termine, perché continuano a essere la strategia più adottata?
Le ragioni principali sono pratiche e politiche:
- Rapidità apparente: abbattere riduce i numeri subito, dando l’impressione di una risposta concreta e veloce, facendo contenti allevatori, zootecnici, agricoltori, alcuni naturalisti e gli stessi politici.
- Pressioni sociali e politiche: molte categorie, in particolare il settore agricolo, chiedono soluzioni rapide per ridurre i danni alle colture e agli allevamenti.
- Comunicazione semplificata: per le istituzioni è più facile dire “stiamo intervenendo prontamente con gli abbattimenti” che spiegare e finanziare strategie a lungo termine, più complesse e che richiedono il coinvolgimento non solo del settore pubblico, ma anche dei cittadini, degli agricoltori, dei privati, enti e associazioni locali.
- Costi immediati più bassi: rispetto a misure di prevenzione o a piani di gestione complessi, l’abbattimento sembra economicamente più conveniente nell’immediato. E’ difficile reperire i dati sui reali costi degli abbattimenti effettuati in Italia.
Il problema è che questa visione considera solo l’efficacia a breve termine e trascura gli effetti collaterali e le conseguenze a lungo termine.
3. Il settore agricolo è in crisi, bisogna tutelarlo!
Si, ma non con i metodi attualmente utilizzati. La crisi del settore agricolo è più complessa di quanto sembra.
Spesso, quando si parla di gestione della fauna, si sente dire che gli abbattimenti servono a proteggere l’agricoltura. È vero che danni a coltivazioni e allevamenti possono essere concreti, ma la crisi del settore agricolo ha radici molto più profonde.
Si tratta di un fenomeno determinato da:
- Scelte economiche e politiche: politiche agricole, incentivi, prezzi di mercato e globalizzazione hanno ridotto la redditività di molte colture e allevamenti;
- Modelli di consumo: la domanda di alcuni prodotti e la pressione sui prezzi incidono sulla sostenibilità delle attività agricole;
- Trasformazioni del territorio e uso intensivo del suolo: l’espansione urbana, le monocolture e la perdita di biodiversità hanno reso gli ecosistemi più fragili. L’uso eccessivo e continuo del suolo porta i terreni a diventare inerti e meno fertili, rendendo paradossalmente più difficile coltivarli, nonostante la convinzione che “più si coltiva, più si produce e ci si arricchisce”.
In altre parole, la responsabilità dei danni non è solo degli animali selvatici: ciò che vediamo oggi è la conseguenza di decenni di azioni e scelte umane. La produzione agricola è importante e va valorizzata, ma deve essere modificata e resa sostenibile, così da tutelare il territorio, proteggere la biodiversità e garantire un equilibrio a lungo termine tra ambiente e attività produttive.
4. La superficie boschiva in Italia sta aumentando, quindi di conseguenza aumenterà anche la fauna!
Falso. Anche se la superficie forestale in Italia fosse in lenta crescita (informazione purtroppo non vera) questo non implicherebbe automaticamente un aumento della biodiversità faunistica. Molti dei nuovi boschi sono il risultato della naturale ricrescita in terreni agricoli abbandonati, noti come “boschi di neoformazione”. Questi ambienti, sebbene utili per la cattura del carbonio, spesso mancano della complessità ecologica necessaria per sostenere una flora e fauna diversificata.
Un bosco complesso e funzionale comprende diversi strati interconnessi: un suolo ricco di nutrienti e microrganismi, uno strato erbaceo e arbustivo che offre rifugi e cibo, alberi di diverse età e specie per riparo e nidificazione, legno morto e detriti che sostengono insetti e funghi e una copertura arborea che regola microclima e umidità. Senza questa complessità, anche un bosco esteso rischia di essere un habitat povero e poco resiliente non solo per piccoli animali e insetti, ma anche per la fauna di taglia maggiore che necessita di spazi ampi, corridoi ecologici e risorse diverse per sopravvivere e riprodursi.
5. i lupi in Italia sono troppi? andrebbero abbattuti?
In realtà i lupi non sono affatto troppi: in tutta Italia ne vivono circa 3.000 esemplari, distribuiti su territori molto ampi. Il loro aumento percepito deriva principalmente dall’aumento delle prede, come cinghiali, cervi e nutrie. È la preda che regola il predatore, non il contrario.
Il ruolo del lupo è proprio quello di equilibrare le popolazioni di prede, evitando squilibri ecologici. Abbattere i predatori o le loro prede può avere effetti paradossali: se le prede diminuiscono artificialmente, i lupi saranno costretti a cercare cibo più facile, avvicinandosi agli allevamenti. Allo stesso modo, se abbattiamo i lupi, le popolazioni di prede aumenteranno. Si tratta di un equilibrio dinamico, facilmente alterabile dalle azioni umane.
Se avete altre domande/curiosità/osservazioni, scrivetemi nei commenti o via mail. Sarà mia premura rispondervi al più presto.
PER APPROFONDIRE:
- Dirzo, Rodolfo, Hillary S. Young, Mauro Galetti, Gerardo Ceballos, Nick J. B. Isaac, and Ben Collen. 2014. “Defaunation in the Anthropocene.” Science 345 (6195): 401–6.
- Carter, Stephen P, Richard J Delahay, Graham C Smith, David W Macdonald, Philip Riordan, Thomas R Etherington, Elizabeth R Pimley, Neil J Walker, and Chris L Cheeseman. “Culling-Induced Social Perturbation in Eurasian Badgers Meles Meles and the
Management of TB in Cattle: An Analysis of a Critical Problem in Applied Ecology.”
Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences 274 (1626): 2769–77. - Servanty, Sabrina, Jean-Michel Gaillard, Francesca Ronchi, Stefano Focardi, Éric Baubet, and Olivier Gimenez. 2011. “Influence of Harvesting Pressure on Demographic Tactics: Implications for Wildlife Management: Harvesting & Demographic Tactics.” Journalof Applied Ecology 48 (4): 835–43.
- Bogoni, Juliano A., Katia M.P.M.B. Ferraz, and Carlos A. Peres. 2022. “Continental-Scale Local Extinctions in Mammal Assemblages Are Synergistically Induced by Habitat Loss and Hunting Pressure.” Biological Conservation 272 (August): 109635.
- Massei, Giovanna. 2023. “Fertility Control for Wildlife: A European Perspective.” Animals 13 (3): 428
- https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2024/03/giornata-internazionale-delle-foreste-2024
In Oltrepo Pavese, dove abito, da due anni a questa parte si fanno costantemente deopolazioni di ginghiali a causa della peste suina. E pensare che hanno trovato solo un paio di cinghiali infetti. La malattia si è sviluppata dentro imattatoi dei salumici per maiali importati da chissà dove.
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Il paradosso è questo: si lamentano che ci sono troppi cinghiali. Poi, quando c’è un importante predatore (come un virus) che può regolarne la popolazione… Ovviamente pensano solo ed esclusivamente agli interessi economici: per non perdere l’enorme fatturato che un allevamento suinicolo produce (sia in Italia sia all’estero) e paradossalmente per non perdere l’enorme classe votante dei cacciatori che vanno a cinghiale e di chi lo cucina per venderne le carni/derivati.
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Non solo: dal momento che i salumifici hanno dovuto eliminare migliaia di maiali ammalati, si prendono anche i soldi dallo stato per il mancato guadagno.
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