Le mie ali fendono l’aria senza rumore, leggere come nebbia.
Sorvolo tetti, campi, vecchi casolari consumati dal tempo.
La notte è fitta, umida, apparentemente immobile, ma io sento tutto.
Le mie orecchie raccolgono ogni movimento nel buio:
un fruscio nell’erba alta,
un piccolo cuore che batte nascosto nell’erba.
Essere me significa appartenere al vento e al silenzioso buio.
Conosco la pioggia che scivola sulle mie piume,
il gelo dell’inverno,
le notti magre in cui il ventre resta vuoto.
Conosco il vento che scorre tra le penne durante il volo,
il cielo limpido costellato di stelle,
la soddisfazione della caccia dopo ore di silenziosa attesa,
i miei piccoli che aprono gli occhi al mondo e, giorno dopo giorno, imparano a diventare adulti.
Io non ho bisogno di carezze.
Non conosco il conforto umano, né lo desidero.
La mia felicità è un’altra:
scegliere dove andare,
quando nascondermi,
quando cacciare,
quando fuggire.
Essere libero non è un dettaglio della mia vita.
È la mia vita.
Poi, una notte, qualcosa cambia.
Un lampo.
Una luce improvvisa squarcia il buio.
Un istante dopo arriva il colpo.
Il cielo sparisce.
L’aria non mi sostiene più.
Cado a terra.
Provo ad aprire le ali, ma una non risponde.
La sento spezzata, distante, inutile.
Cerco di trascinarmi nell’erba,
ma ogni movimento è una fitta che attraversa il petto.
Il cielo sopra di me continua a esistere,
ma non è più mio.
Resto immobile.
Ascolto la notte un’ultima volta.
In natura funziona così: o guarisci, oppure diventi parte della vita di
qualcun altro.
Sono pronta.
Poi
all’improvviso…
Luci, rumori, cemento.
Passano ore, giorni.
Non capisco.
Mani enormi mi immobilizzano.
Non riesco a fuggire.
Uomini osservano il mio corpo come qualcosa da aggiustare
e, poco dopo, la mia ala non c’è più
e con lei sparisce tutto quanto:
la distanza dagli esseri umani e
la mia selvaticità.
Per un animale come me,
sopravvivere non basta.
Un selvatico non è vivo solo perché il suo cuore continua a battere.
È vivo se può scegliere:
fuggire per evitare il pericolo,
cacciare,
esplorare,
migrare,
riprodursi.
Io non posso più fare nulla di tutto questo.
Oggi è il giorno 675.
Tutto tace.
Non esistono più notti di perlustrazione.
Non esiste più il battito di una preda sotto l’erba.
Passo le mie ore ferma.
La mia giornata si anima solo quando un uomo entra nella gabbia e lascia del cibo davanti a me.
Non posso morire.
Non posso scappare.
Non posso essere ciò per cui sono nata.
Perché un animale selvatico
non perde solo un’ala quando diventa irrecuperabile,
perde sé stesso.
E allora mi chiedo:
questa è davvero vita?
Autore: Fabiana De Santis
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